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Queste parole PDF Stampa
sabato 04 luglio 2009

Le mie parole sono un pozzo. E io ci sono finito dentro.

Un pozzo largo, che sembra una stanza matrimoniale, che sembra una sala da ballo. Poco illuminato, ma profondo, profondissimo, umido. Un pozzo che sembra assurdo definire accogliente, ma lo è. Lo è davvero. E ci sono finito dentro mentre passeggiavo nella vita come su un lungomare, strascicando i piedi stanchi di pianure e asfalto.

Ci sono finito inciampando, maledizione. Ho tentato di ripararmi il viso dalla caduta, ma non è servito. Quando si finisce dentro alle proprie parole, le ferite sono evidenti, sono larghe, sanguinolente, perché viene meno la tutela del distacco, la tutela sana della sufficiente lontananza. Viene meno la dolcezza del giusto coinvolgimento. Ci finisci addosso e sei fregato. Le sillabe si accavallano come formiche, le lettere come briciole, e la direzione di tutto si smagnetizza, perde nord e futuro.

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Un pozzo - Verona, Cortile di Castelvecchio
Ho atteso che passasse tutto, lo confesso, come se avessi potuto risvegliarmi da un momento all’altro dentro al mio letto fresco di lenzuola pulite e di canzoni melodiche. Ho atteso che passasse tutto eccetto la voglia di vivere, che sarebbe la vita. E adesso son qui dentro che conto e riconto i mattoni di questo muro circolare che mi vieta il cielo. Che mi vieta il mondo. E ancora non passa niente. Ancora. Non. Passa. Niente.

Ogni mattone mi spiega la vita, quella fuori, quella lassù, la vita che dimentico ma racconto con esattezze sempre maggiori, sempre più fine. Ognuno di questi mattoni è una storia precisa, che dovrò raccontare. Ognuno ha una sua storia, un suo distacco dagli altri, schegge che ha perduto negli anni, bozzi, buchi. Ognuno ha un suo colore, una sfumatura differente. Ognuno vorrebbe avere sulle spalle il pozzo intero e invece fa una sua misera parte. Misera e fondamentale.

Che senso ha stare qui se non dai voce al silenzio, alla immota narratività di certe storie, che attendono un tocco, una carezza, per spiccare il volo? Che ragione c’è di essere quaggiù, se non ascoltare e raccontare?

E magari ci vorrebbe un attimo a uscire di qui. Basterebbe gridare aiuto, arrampicarsi, cercare cunicoli nascosti. Basterebbe volerlo. Lo voglio davvero?

Sono solo con tutte queste parole. E queste parole sono interminabili e cocciute, spavalde e arroganti, distese e avvolgenti. Sono api che sanno fare un miele buonissimo e zanzare fastidiose. Sono cieli nuovi e vecchie pianure riarse, cavalli abbattuti, gazzelle. Sono computer dimenticati accesi, e rumori fastidiosissimi. Sono ventilatori che sanno smuovere aria senza raffreddarla e portagioie e carillon che non suonano più. Sono ambiziose e arroganti, vezzeggianti e timide, sono parole pulite queste parole. Sono sempre le stesse cento, vestite da sera o in calzoncini corti. Sono filo spinato e corridoi, sono male adoperate e al momento giusto. Sono taciturne e sussurrate.

Raccontano storie che non sanno raccontare, che non hanno vissuto, che non hanno ascoltato, che non hanno mai neppure immaginato di vivere. E sanno fare male. Sanno tagliare, recidere, cucire. Sanno far innamorare e sanno essere egoiste più dei gatti. Sanno correre, sanno riprendere fiato, sanno commuovere. Sono vischiose come resina e orgogliose come bandiere. Sono luminose come stelle, lontane come stelle, morte come stelle.

Sanno sempre cosa dire queste mie parole, molto più di me. Sanno far ridere, talvolta, e passano indifferenti quando hanno fretta. Sanno trovare i posti giusti dove fermarsi a riposare, sanno scegliere i luoghi da cui farsi contaminare. E mi ritrovo cronista improvvisato delle peripezie delle mie parole. Senza poter scegliere, senza poter aggiungere, senza poter togliere. Solo raccontare.

Dal fondo di questo pozzo so che non c’è altro. So che smettere di trasmettere significherebbe morire. Così trasmetto. Tu ci sei? Sei lì?

La vita troppo spesso si riduce ad uno scambio tra la nostra riserva di speranze e le possibilità del mondo. Tra quel che ci auguriamo per noi stessi e quel che la vita ci rende possibile. Ecco, dal fondo di questo pozzo questa cosa è chiarissima. Basterebbe venire fuori e cambiare le speranze che riservo al mio futuro per avere molte più possibilità. Basterebbe questo. Ma non sarei più io, questa sarebbe la vita di un altro. E questo pozzo crollerebbe giù.

E con esso tutte le potenziali storie che contiene. Tutte queste mie parole che sceglierò di dire a te.

Non lo voglio.

Roberto

Commenti
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s.   |08-07-2009 11:37:15
ci sono.
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