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luned́ 02 novembre 2009

LOGORE MEMORIE DI UN GIOVANE CHE ASPETTA UN FUTURO

Ho quasi trent’anni e dentro me ne sento forse dieci e forse cento.

La mia età ha tutto quel che deve avere, i capelli bianchi qua e là, le prime noie, i primi rimpianti che prendono consistenza, gli occhi un po’ più lucidi, ma è solo stanchezza, per carità. Non mi lamento mica. C’è anche tanta vitalità, quasi una casa, quasi un passato già buono per essere raccontato. E sono quasi padre e quasi figlio. Perché non sono ancora l’uno, e non più l’altro.

E provo quasi una gioia.

Ho quasi una laurea, a cui manca solo la tesi, che non ho mai voluto discutere. Mi sembra troppo presto. A me le conclusioni hanno sempre fatto paura. La fine. Capite? Mi ha sempre bloccato. Così, anche nello studio, non ho concluso ancora, ma ci sono quasi.

Ho quasi un lavoro, poi. Nel senso che questo mio lavoro ha tutto del lavoro, la stanchezza, l’impegno, la noia, la responsabilità, eccetto gli stimoli, eccetto le voglie, eccetto le ambizioni. Eccetto le sicurezze. È un impiego a metà, che mi fa sopravvivere, azzerando la mente, azzerando il futuro.

Ho quasi trent’anni e sono quasi un giornalista. La cosa mi fa ridere e per molti lo sono intero, ma quando poi non ti ci senti dentro, gli altri possono dire quel che vogliono. Ed era un sogno, o forse solo una limpida ambizione.

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Quasi in salvo.
E di sogni ne ho ancora mille, mille e cento. E sono sogni quasi scaduti, qualcuno puzza tantissimo. Qualcuno meno. Sono sogni durati il tempo di una stagione, di un giorno, di un anno, di una parentesi più o meno lunga di questa esistenza. Sogni durati il tempo di un caffè, sorseggiato quasi di fretta con una sconosciuta. Sono sogni quasi sciocchi e me ne vergogno, ma sono miei e questo è quel che conta, si dice. Sono sogni nati chissà come e durati quasi per sempre.

Ho pochi amici, qualcuno mi ha deluso, ma alla fine ho capito che ero io a credermi quasi perfetto, così devo ammettere che l’orgoglio che credevo di non avere mi ha tolto molto. E la voglia, che invece credevo di avere a quintali, non mi ha dato quanto speravo. Ho centinaia di libri dentro. E centinaia di storie che vorrei raccontare. Ma quando mi fermo davanti a un foglio bianco, oggi, provo quasi paura. Perché comprendo che dare dignità a un personaggio significa donargli vita. Donargli quel fastello di cose che sono la vita. E non sempre si è pronti a dare vita a qualcosa, a qualcuno. Spesso c’è una asincronia spiazzante, tra ciò che si desidera e ciò che si è disposti a costruire. Tra le potenzialità e la cinetica del realizzare.

Penso, a tale proposito, a quanto ho ucciso. Già, a quanti ne ho uccisi di personaggi, prima di partorirli. E a quante storie ho ingurgitato senza averle rigettate. A tutte quelle volte che ho quasi rispettato, quasi capito, quasi voluto, quasi raggiunto, quasi desiderato, quasi amato. Già, penso a tutte le donne che ho quasi amato, dimenticando che l’amore è l’unica attività umana a non essere frazionabile. E poi penso a tutte le storie di una vita, a tutto ciò che si confonde tra il sipario e le quinte di ogni esistenza e mi chiedo veramente quanto tempo occorra. Di quanto tempo ognuno di noi ha bisogno per conoscere se stesso, per comprendere cosa si desidera davvero e chi si è. Quasi non basta la vita. Quasi non bastano decenni per capire che cosa passa in testa a chi si ama, e cosa angoscia, cosa manca, cosa si sogna e perché.

Dimenticavo che sono quasi innamorato, e non è la prima volta. Lei dice di amarmi ma poi parla di frequentazione, parla di stare insieme solo se si sta bene, solo se ci facciamo bene, solo se funziona. Un tentativo. Come una macchina che teniamo finché cammina, finché è in garanzia, finché non dà problemi. Poi via. Poi un’altra. Sono persino quasi d’accordo, ma non chiamiamolo amore. Per favore, troviamo altre parole. Troviamo altre definizioni se cambiano i concetti.

E avrei bisogno di credere in Dio, anche se, poi, a modo mio già ci credo. Non credo a chi parla di Dio senza averlo dentro, forse. O forse ci credo solo finché mi conviene, come tutti gli uomini, o solo quando ne ho bisogno. In Dio ci credo quasi, insomma.

E vorrei decidere un sacco di cose, solo che questi anni decidono per me, e prendono strade e ne escludono altre e mi lasciano ai margini, talvolta, di decisioni che credo di prendere e invece prendo solo a metà. Ho quasi paura di non saper scegliere, ho quasi paura di non saper comprendere. Lo ammetto, sono quasi felice – quasi – perché sento che esiste qualcosa, sotto, o sopra, o da qualche altra parte, che non mi concede di esserlo a pieno, davvero, completamente.

E in questo giorno di quasi Natale sono uscito come tutti gli altri giorni della mia vita. Era stamattina, quasi le sette. Fuori una temperatura quasi invernale e quasi rugiada, sulle foglie. Il freddo pungente mi ha schiaffeggiato le guance. E ora, che torno, tengo in mano giacca e maglione, in questo accenno di quasi primavera. Nemmeno il tempo si decide più a essere quel che dovrebbe. Nemmeno il tempo.

Sono quasi stanco.

Roberto

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