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Il destino delle cornici PDF Stampa
venerd́ 12 marzo 2010

Chiunque, prima o poi, vive il momento in cui si ferma a tirare il fiato a bordo strada?

Immaginate un corridore instancabile, che ha già girato il mondo solo con la suola delle sue scarpe, solo con l’energia dei suoi polpacci. Immaginatelo stanco, poggiarsi col palmo di una mano a una panchina occasionale, immaginatelo con gli occhi lucidi, stremato, forse felice, forse soddisfatto, ma talmente affaticato da dimenticarsi persino la ragione del suo viaggio, della sua continua ricerca di esistenza, di quel suo andare e andare senza arrivare mai.

Immaginate che sorrida, sotto quelle labbra carnose, e sollevi leggermente gli occhi a guardare la strada, la strada che avanza, la strada che esiste per portare in tutti i luoghi del mondo, e che a lui non l’ha mai portato da nessuna parte. Da nessuna parte che l’abbia convinto a restare.

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Viale, panchina. - foto dal web
Forse la strada inganna, questo pensa, mentre il fiato inizia a regolarizzarsi. La strada ci prende per il culo, non c’è altra spiegazione. E noi ci fidiamo, noi siamo convinti che le indicazioni ben scritte, e quell’asfalto liscio, e le luci colorate dei semafori, e la pista ciclabile, debbano significare per forza qualcosa di positivo, debbano significare che stiamo andando veramente lungo la direzione giusta. Invece no, cazzo. Invece giri il mondo e ti senti immobile, invece hai il fiatone e non sei ancora arrivato e l’arrivo non lo vedi nemmeno.

Come funziona? Ecco, vorrebbe capire come diavolo funziona.

Correre a perdifiato verso la vita o aspettarla seduto da qualche parte può essere forse la stessa cosa?

In questi giorni di quasi primavera e di arrogante inverno ha fatto un sogno veramente curioso. Passando nel salone di casa sua, faceva cadere un quadro, un quadro che possiede da tempo, una copia a stampa de “Campo di grano con corvi” di Van Gogh, che era rimasto avvinghiato a quel muro per tantissimi anni, che gli ha fatto compagnia in stagioni della vita di cui aveva persino ignorato il trascorrere. Così ha raccolto i pezzi di vetri, e l’intelaiatura della cornice tutta dissestata, e ha buttato tutto via. È corso in vetreria, per farsi rimontare una cornice identica a quella che aveva, di legno colorato arancione, ma la vetraia gli ha risposto che quelle cornici, così, non le producono più.

Così ne ha scelta un’altra. E ha pensato che quel che c’era di importante, il quadro, si era salvato. E ha pensato che in tutta la sua vita, ogni quadro cambia un numero impreciso di cornici, e di pareti, e di stanze, e di occhi che si soffermano sulle pennellate della sua essenza. Ma lui resta sempre ciò che è. E ha compreso, il nostro stanco corridore instancabile, che forse il destino delle cornici è starci un po’, far compagnia, delimitare a tempo lo strabordare di un’emozione. Niente di più. Niente eternità, niente confini.

La cornice sta al suo posto per il tempo che le è concesso, poi cede, di schianto. Forse ha rintracciato in questo sogno il senso del suo andare, quel senso che sentiva d’aver smarrito. E forse il destino delle cornici è lo stesso dei sentimenti. Ognuno incornicia la natura dell’altro. La protegge, la delimita. E ci circoscriviamo per il tempo impreciso di un amore, poi cadiamo giù e finiamo in pezzi. E quando pretendiamo di recuperare quel che avevamo, è sempre troppo tardi, e non si può, non è il caso. E allora scegliamo un’altra cornice e ci passiamo altra vita. Fino al prossimo terremoto.

Ora solleva la mano dalla panchina. È immobile di fronte all’orizzonte. C’è chi gli ha detto che l’arrivo non conta, conta il viaggio, conta tutto ciò che lo separa da una meta che non raggiungerà mai. Forse è così, ma lui non ci crede. Gli viene più facile credere che l’arrivo si nasconda bene, che noi siamo fondamentalmente animali distratti e che a forza di girare in lungo e in largo dimentichiamo persino dove stiamo andando, perché stiamo andando. Gli viene più facile rifiutare radicalmente l’idea che è stato un idiota, che correre gli ha fatto dimenticare d’esistere, e che quei chilometri, migliaia, non fanno curriculum, fanno solo stanchezza, solo sciocca, inutile, vuota stanchezza. Questo non riesce ad accettarlo. Lui va da una vita.

Così rifiuta anche il peso di questo rimpianto. Rifiuta tutto.

E riprende a correre.

Roberto

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