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martedì 27 aprile 2010
SPERANZE IN FORMA DI RACCONTO

Vorrei poter dire che ci sarò, e saprò esserci quando tornerai.

Vorrei poter dire che sarò in grado di rifugiare le paure sotto il tappeto, fare finta che non esistano, che non siano mai esistite.

Vorrei poter dire che è sciocco pensare di non poter fare a meno di qualcuno, anche solo per qualche ora, e poi privarsene del tutto. Come chi sa nuotare appena e pensa di attraversare l’oceano. Più o meno è così. Vorrei poter dire che capisco, e in realtà capisco. Poi vorrei dire che condivido, e in realtà, invece, non condivido affatto. Rispetto, capisco, giustifico persino. Condivido no.

Perché vorrei poter dire che è tanto semplice talvolta l’amore, che è tanto semplice che non ci sembra vero. E lo complichiamo come un gioco che non sappiamo apprezzare. Come un viaggio troppo poco avventuroso, una situazione troppo semplice, un libro troppo breve. Lo complichiamo per il gusto malsano di doverlo poi sciogliere, e godere di quella fluidità che avevamo già prima, già tra le mani, addosso e dentro.

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Parole a caso.
Vorrei poter dire che sono limpido, che sono lineare, che sono semplice. Ma lo specchio mi confessa che nemmeno io lo sono fino in fondo.  Nessuno, forse, lo è. Non solo tu. Nessuno è onesto al punto da poter lamentarsi degli altri. E così non mi lamento di te. Non mi lamento di noi. Non mi lamento neppure se smettiamo di esistere, perché è atroce pensarlo, ma le cose si muovono incessantemente, e passano accanto istanti, o tutta la vita, o magari solo il tempo di un caffè.

Vorrei poterti dire che stai facendo bene, che stai seguendo la strada migliore, la strada giusta, la strada diritta che porta al culmine della felicità nel tempo minore possibile. Vorrei poterti dire che conoscerai altro, altrove, e sarai felice. E vorrei poterti dire persino che ci riderai su. E che penserai a tutto questo come alle piccole sofferenze legate alle cose andate. Vorrei poter dire che ti farà bene, che sarai migliore, che lo sarò anch’io, e che forse lo spazio e il tempo sono due personalissime risorse che oggi mettere insieme non ci è più concesso. Non è più concesso condividerle veramente, assaltati come siamo dal tempo assassino. Il tempo che scorre da sé e ci toglie il tempo per noi.

Eppure noi l’abbiamo fatto, l’abbiamo fatto e ne sono sicuro. Ci siamo riusciti. Io lo ricordo, è chiaro in mente. Noi abbiamo condiviso dentro qualcosa che annoda. E adesso mi basta pensare questo. Perché non capita, non è comune, non è simile a nient’altro. Ed è quel che volevo e che vorrò. Qualcosa di simile a nient’altro.

Vorrei poter dire che si tornerà indietro, ma indietro è una parola che odio ultimamente. Indietro mi sa di ripensamento, mi sa di pentimento, mi sa di timore di andare avanti, invece, verso altre spiagge. Vorrei poter dire che la distanza risolve tutto, invece non lo dico, perché io con la distanza c’ho un rapporto singolare, di prossimità discrete e timori avvelenati, di venerazione e rispetto, ma anche di profondo rancore. La amo la distanza, e la odio, e la temo. E non sono mai riuscito a vedere un ritorno dietro un addio, non ho mai avuto una vista così acuta, un barlume di ragionevolezza tale da valutare la distanza come una ricchezza. E lo so che non è un addio, e che gli addii non finiscono coi nostri sorrisi, e con quel “a presto” con cui siamo finiti noi. E scusa se lo chiamo addio, ma non trovo parole. E le parole forse non servono quando è così. O forse ognuno di noi usa le sue e le mie mi dicono che gli addii possono anche camuffarsi da arrivederci, da “a presto”, e essere addii a rate, che vanno e tornano, vanno e vengono, vanno e non tornano più.

Qualcuno mi dice che è così, che la distanza aiuta. E io mi chiedo come possa aiutarmi fare a meno di te e di quel che sono con te. Lo capirò, vorrei potermi dire che lo capirò. Vorrei potermi dire che i disegni di qualcuno io non so capirli, che la mia difficoltà di piangere forse è la cosa principale che io debba superare. E vorrei ammettere che è bene, che è giusto, che è normale, che è necessario, ma queste parole si accartocciano nel petto come la carta crespa dei presepi. E fanno montagne, e fanno colline, laghi, prati e fiumi. E non c’è nessuno, nemmeno una capra, nemmeno un cane, niente. Vorrei potermi dire che è così, che è così che capita quando non si è più. È un presepio deserto.

E vorrei poter dire che sarà migliore, per entrambi. Ognuno nel suo tempo, o in un tempo insieme che sa sradicare, sa urlare, sa come si vola. Ecco. Qualcuno dice che ci sono cose che non si possono dimenticare più, andare in bicicletta, fare l’amore, allacciarsi le scarpe, guidare, giocare a calcio, tirare con l’arco. E chissà cos’altro. Impari e lo sai fare per sempre.

Vorrei poter dire che volare insieme era una di queste cose.

E invece dico che adesso, a terra, lo sto dimenticando.

Roberto
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Valentina   |30-04-2010 12:19:34
Non ci si scorda mai di aver volato..e se si è a terra avremo ancorato dentro di
noi il dolce flusso delle ali che presero il volo..
Sentirle vibrare ancora,
non è forse un pò volare?..
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