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Il valore e gli occhi aperti PDF Stampa
mercoledý 29 dicembre 2010

Avessi tempo, parlerei di me.

Di quanto si rischia a volte di smarrire la direzione esistenziale come un mazzo di chiavi nelle tasche dei cappotti, come una moneta ricevuta in resto a una colazione al bar. Pensi di averla messa proprio lì, vai a prenderla e non c’è.

Non è che debba per forza esserci in quelle tasche, le cose si possono anche smarrire, ma io l’avevo messa lì, capite? L’avevo riposta senza riporla. Era a un passo dai miei bisogni, pronta per essere spesa alla prima necessità. Poi ne ho avute di necessità, più di una, e lei non l’ho più ritrovata, e ho dovuto farne a meno, prescinderne con violenza. Con amarezza. Senza spiegazioni.

Quel che più fa male è aver vissuto questo tempo con la convinzione di averla a portata di mano, e di poterci contare. Di poterla spendere in ogni momento, quando ne avrei avuto voglia, o per semplice boria. Io ero convinto di poterci contare. E invece c’ho contato senza poterlo fare.

Quanto conta questa consapevolezza di niente? Quanto conta avere le tasche vuote, crederle piene, e crogiolarsi come se lo fossero? Quanto contano le mie sicurezze, i miei bisogni, le mie ansie e i miei addoloramenti, rispetto a qualcosa che pensavo esistesse e invece non esisteva?

Quanti problemi ti fai per una moneta, direte voi. In fondo è solo una moneta. E avete ragione, ma la moneta che ho perso io non aveva il valore indicato sulla sua testa. Non per me. Non è di quello che provo nostalgia, che mi rammarico, che mi rattristo. Perché il valore delle monete è sempre uguale e mi basterebbe averne un’altra tale e quale per dimenticarne la malinconia. Non è quello che ora ferisce. Non interessa il valore delle monete. Il valore d’acquisto, insomma.

Quel che ho perduto è il valore delle possibilità. Il valore di poter fare qualcosa, non di farlo. A questo serviva quella moneta lì, nel calore inutile delle mie tasche, a testimoniare di poter fare qualcosa, senza magari farlo mai. Non era importante il risultato, ma l’eventualità del risultato.

E adesso ho gli occhi aperti, cerco di ritrovarla, la cerco dappertutto, ma so che non la troverò più. Uno le cose deve tenerle strette finché le possiede, perché poi chissà dove vanno a finire. Il valore è valore finché sappiamo apprezzarlo. E qualcosa che valeva la vita può non valere più nulla, all’improvviso, solo perché non sappiamo cosa rappresentava davvero, per noi.
Questo è in sostanza ciò che ho dimenticato. Ho dimenticato il valore delle cose, quello vero, il valore della possibilità.

E questi occhi, aperti, spalancati, adesso non servono a nulla. Perché non carpiscono il prodotto del loro guardare. E questi panorami sfumano come esalazioni gassose, come pensieri indefiniti, senza lasciare il segno. Senza andare a segno.

E ho bisogno di tempo, ho bisogno del tempo che occorre per ricordarlo. Senza fretta, senza aspettative, senza troppi timori. Ho bisogno di ricordare il valore delle cose, senza qualcuno che voglia insegnarmelo, senza qualcuno che mi aspetti impaziente per vivermi a pieno. Senza malinconie sulle monete perdute, su quel che avrei potuto comprarci, e che non comprerò. Grazie ad esse, a ciò che ho smarrito, ho capito che non posso più permettermi altri rischi, altre perdite, altri sprechi.  

La ricchezza è ricchezza finchè si ha, finchè si possiede.

E dilapidarla è un attimo. Ecco, vorrei smetterla di dilapidarmi, e riprendere ad accumulare la mia ricchezza. Il mio essere.

Che è tutto ciò che vorrei davvero avere.

Roberto

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