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Copertina di Scrivimi

Giusto un amore

Verso qualcuno
Miniere cardiache
ZTL PDF Stampa
mercoledì 11 gennaio 2012

È sufficiente una sbarra, rubata a qualche linea ferroviaria dismessa. O un cancello, una siepe, una staccionata.

Qualcosa che delimiti.

Al limite sarebbe possibile persino mettersi d’accordo, farsi bastare una striscia a terra, ben fatta, accesa, viva. Dirsi chiaramente che di lì – no, mi dispiace, non insista – non si può passare. Ci sono giorni prestabiliti, orari, regole precise. Altrimenti no, sei fuori. E poco importa cosa ci sia dentro. Quando non si può entrare a cosa serve indugiare sulla soglia, fare capolino dal muro di cinta, sbirciare dalla serratura? In fondo, quel che importa non è sapere cosa ci sia, oltre quel confine, ma poterlo vivere con serenità, con costanza, con presenza. Ecco, quando non si può prender parte a un banchetto ha forse qualche senso mettersi a mangiare fuori dalla porta?

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Zona a Traffico Limitato - Torino
Beh, poi capita che non basti. Che nonostante le chiare delimitazioni, gli apparati di sicurezza, i ripetuti no, si abbia a che fare con degli aficionados che insistono nel prendersi la briga, l’invadenza, il lusso di irromperci dentro. Nelle nostre strade, nei nostri vicoli, sotto i nostri tetti, alla luce dei nostri lampioni. E dobbiamo tollerarli, cos’altro possiamo fare? E li lasciamo scorazzare nel cuore come fosse un’autostrada, come fosse un parcheggio isolato, buio, dove i giovani imparano a guidare sbandando, avanzando a scatti, frenando di colpo. Come fossimo piste da corsa e non borghi medievali, da tutelare, da custodire, da rispettare senza trascurare.

E ci sentiamo trafficati. Ricolmi di inutili viavai. Incapaci persino di beneficiare di quel poco di pace che nella notte – almeno in quella – conteniamo ancora. Non passa mai, il traffico s’intende. Diminuisce, talvolta singhiozza, ma non passa. Non smette. Hanno smesso tante cose nella tua vita, ma il traffico, il traffico di dentro, quello mai. Mai un attimo di pace, di silenzio, di raccoglimento. Solo tubi di scappamento, gente indiscreta che ti visita come fossi un’attrazione, giusto il tempo di incuriosirsi, giusto il tempo di mangiarsi un panino, scattare due foto, dire “io ci sono stato”. Col tempo hai cominciato a disprezzarli questi avventori della domenica. Questi visitatori occasionali, che ti passano dentro, ti lasciano smog, ti ricordano in fotografie. Col tempo hai iniziato a chiederti: a me cosa resta? Quando voi, voi che passate come cavalli imbizzarriti, voi che non date dignità al concetto del restare, ve ne andate così come siete venuti, a me cosa resta?

E ti cerchi addosso. E ti cerchi dentro. E trovi solo scorie. Scorie e ricordi, che troppo spesso sono la stessa cosa. Respiri lo smog di chi sa andarsene così facilmente, senza indugi. E resti tu. Da solo. A contarti i turisti del cuore.

Qualche tempo fa hai preso una decisione. Non l’hai detta a nessuno, ma è così. Hai smesso di tollerare le scorribande, ti sei chiuso, è un tuo diritto. E hai fatto anche qualcos’altro. Hai piazzato telecamere dappertutto, per i più furbi, per chi, nonostante i divieti, volesse comunque entrare e fare confusione, fare rumore fino a tardi. Ora, chi vuole entrarti dentro, deve entrarci a piedi. Con garbo. Deve avere tempo, deve darti spazio. Deve dare credito a ciò che sei, a ciò che contieni. Darti giustizia. Lasciarsi avvolgere. Avere così fiducia da smarrirsi dentro te senza cartine, senza navigatori, senza indicazioni. Lasciarsi cullare dai tuoi vicoli medievali, dalle luci soffuse che hai collocato sapientemente, a dare profondità ai tuoi scorci più belli, dalle panchine e dagli alberi secolari. Lasciarsi cullare dall’ordine preimposto, ma mutevole. Da ogni dettaglio. Viverti, insomma. Perché il traffico dentro di te non è vietato, è semplicemente limitato a chi ha tempo e, soprattutto, desiderio di visitarti. A chi ti visita per viverti. Una ZTL dei sentimenti, dei rapporti, delle carezze.

Che forse questo si impara a fare negli anni, preservare lo spazio di dentro come ricchezza.

Un chiostro personale, una cappella privata, un giardino segreto.

Roberto

Commenti
Nuovo
Valentina   |08-02-2012 17:15:11
Conteniamo via vai di gente che magari nemmeno avremmo scelto in quella zona
dove l'accesso è limitato. Eppure si è intrufolata, selvaggiamente o meno, ma
invadendo, possedendo vie di dentro che nemmeno volevamo condividere. C'è chi
entra, chi esce, chi disturba, chi pretende di essere accolto e aiutato in tutti
quegli smog della vita, in tutti gli incroci, gli stop, i sensi unici. E tu lì a
fare il vigile urbano, a dirigire, mostrare, vietare.
Proporrei una ztl, dove
un tizio (un pizzico di cuore) rimane vigile personalmente solo per selezionare
chi merita e chi desidera davvero far accomodare, con la pace che sa, che vuole,
a cui aspira.
Una ztl meritocratica, che accoglie solo chi è degno di far
parte di te
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La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice. - José Saramago

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--- FLASH FORWARD--->

Sarà Verso qualcuno.

Il titolo dell'ultimo romanzo di Roberto, in uscita a dicembre 2016 per i tipi di Alter Ego, una piccola e ambiziosa casa editrice del centro Italia. 


 Una storia di un cortocircuito emotivo: un gesto mancato, un passato che non passa davvero, un futuro che non arriva più. Una storia d’amore che sfida i meridiani e i paralleli del sentimento.

È la storia di Giuseppe, che cerca di ingannare il tempo che passa con lo spazio percorso. Fino a comprendere l’enorme equivoco che gli ha confuso la vita, la parentesi dimenticata aperta, un frattempo mai interrotto.

E decide di viaggiare ancora. Verso qualcuno, per una volta. Verso Greta.